INTERVISTA: ALICE BALDUCCI | Real Tennis
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INTERVISTA: ALICE BALDUCCI

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Dietro al sorriso solare e contagioso di Alice Balducci si nasconde la grinta e la determinazione che l’hanno portata al numero 360 del mondo: stiamo parlando di una tennista professionista da poco entrata nei ranghi della Mongodi Tennis Academy di Cividino (BG) in veste di insegnante. Facciamo due chiacchiere insieme.  

Alice parlaci della tua passione per il tennis. A che età è cominciata?

Essendo marchigiana ho iniziato a giocare a tennis a 10 anni al mio circolo di casa, Chiaravalle, che è in provincia di Ancona.

Un pò tardi rispetto alle mie coetanee perché prima facevo tutt’altro: ginnastica, nuoto, pattinaggio…

Diciamo che ho scoperto il tennis con un corso estivo che ho fatto insieme ad una mia amica. Nessuno a casa mia ci aveva mai giocato e dopo i tre mesi del corso, questo sport mi è piaciuto al punto tale che ho iniziato a seguire un corso di pre-agonismo, che va beh non era proprio pre agonismo perché non avevo il livello. Ma, insomma, fin da subito ero determinata nello scegliere questa disciplina come sport che mi accompagnasse per un pò di anni.

Sport che poi è diventato un lavoro …

Si, esatto, il tennis si è trasformato in sport da “tutta la vita” perché è anche diventato un lavoro.

Come ho detto volevo da subito fare sul serio, ma nelle Marche non c’erano team organizzati, coach e campi dove allenarmi, quindi a 14 anni mi sono trasferita e sono andata a Bologna da Trevisan.

Ho fatto 6 anni lì, comprese le scuole superiori, e vedevo la mia famiglia nei week end.

E poi?

Poi a 21 anni mi sono trasferita di nuovo e sono andata a Milano da Barbara Rossi e da Riva. Son stata lì 3 anni, dopo di che ho raggiunto Roma e i fratelli Piccari dove mi sono fermata per due anni nel momento in cui avevano appena iniziato a costruire l’Accademia. Era il periodo in cui c’era anche la Knapp e poi piano piano hanno iniziato ad allargare un pò il giro. 

Dopo Roma sono ritornata al nord, a Bergamo, con il mio ex allenatore ed ex fidanzato, Luca Rovetta dove  sono rimasta per tre anni dove ho avuto i migliori risultati.

Quali risultati?

Non che prima fossero scadenti, perché ero intorno alla 480ma posizione, ma con lui diciamo ho toccato punti un pò più alti.

In quel periodo avevo 21 anni, ma a 18 ero già 505 nel ranking WTA; ho avuto un attimo di stallo in cui vedevo solo quello e volevo solo quello, e la troppa ansia nel raggiungerlo non mi ha portato  a niente.

Nonostante mi allenassi con professionisti di altissimo livello come i Piccari,  Barbara Rossi e  Pozzi ho deciso di provare questa esperienza con Luca che non aveva nessuna esperienza come allenatore, ma che, essendo il mio fidanzato da tanti anni, mi conosceva meglio di tutti, e alla fine è stata la cosa migliore.

Ho raggiunto con lui i miei best ranking sia in singolo che in doppio, 360 e 280 rispettivamente, mi sono qualificata per Roma, per il Foro italico.

E Genova? Ti abbiamo vista in finale con loro per la vittoria in A1 del 2014 …

Interrotta la colla

borazione con Luca ad Urgnano, sono andata a Genova perché erano già diversi anni che giocavo la Seria A con loro e quindi avevo bisogno di qualcuno che mi conoscesse. Tornare ad avere un rapporto da 0 con un allenatore, avevo capito che non faceva per me. Avevo bisogno di qualcosa di famigliare, di qualcuno che mi conoscesse e dove andare se non dove giochi già da 5 anni e il tuo capitano può essere il tuo allenatore?

Quindi ho fatto l’ultimo anno e mezzo lì fino a maggio dell’anno scorso dove ho avuto un infortunio un pò più grave, mi sono rotta il dito di un piede, e poi per via di quell’infortunio ho ripreso l’attività, ma mi erano calati un pò gli stimoli, oltre che tutto il resto.

Qualcosa è cambiato da quel momento?

Diciamo che già a maggio, prima del Foro Italico, avevo deciso che sarebbe stato l’ultimo torneo giocato da professionista. Pensavo o di giocare degli open durante l’estate per cercare di capire dove lavorare e in che termini lavorare e quindi mi sono appoggiata a casa mia.

Nel frattempo ero già diventata maestra nazionale e, dunque, se stare a casa voleva comunque dire non allenarsi nè tanto meno lavorare, allora meglio cercare unsa soluzione diversa perché io, insomma, volevo lavorare in un accademia di un certo livello. E poi ho conosciuto Teo (Matteo Galli ndr), quindi eccomi qui.

Per te era già automatico il passaggio all’insegnamento?

Si, io nell’ultimo anno e mezzo mi ero già portata avanti con quello che volevo fare della mia vita e quindi ho cercato di completare il percorso di studi per il corso maestri, perché sapevo che volevo fare quello.

L’attività da professionista porta via parecchio tempo, ma se sai come organizzarti riesci anche a studiare per quello che poi sarà il tuo futuro.

Perché hai scelto di specializzarti seguendo il corso da maestra nazionale della FIT?

Essendo, quello del maestro, un lavoro faticoso ed essendo io donna, e in quanto tale soggetta a tanti pregiudizi, ho fatto il corso per maestro nazionale perché è meglio avere più qualifiche possibili ; ti presenti, così, con molte più qualifiche del semplice essere stata solo giocatrice; anche perché essere una buona giocatrice non vuol necessariamente dire essere un buon allenatore. Certo che se riesci ad essere tutti e due è sicuramente meglio.

La didattica è importante e ci sono cose della biomeccanica che tu devi conoscere e che nessun campo ti può insegnare. Certo se poi entri in contatto con degli agonisti è più semplice, da atleta, capire quali sono le loro esigenze rispetto a chi non lo è mai stato. Se hai fatto certe cose a certi livelli puoi capire meglio come si sente un ragazzo sul 40 pari. E quindi ben venga l’essere giocatore e maestro insieme, insomma.

Tu però stai ancora continuando nella tua attività agonistica. Ti abbiamo visto recentemente all’ITF di Bergamo.

Si, poco. A Bergamo ci sono andata perché era vicino, non pensavo nemmeno di passare le qualificazioni perciò ho detto: gioco nel week end e in settimana lavoro. Poi alla fine tra una cosa e l’altra ho dovuto saltare parecchi giorni qui in Accademia.

L’idea è quella di fare più tornei nazionali; internazionali pochi o comunque con l’obiettivo di tenere la classifica per giocare la serie A.

Ma quindi i tuoi allenamenti sono incompatibili con il tuo lavoro da maestra di tennis?

Se riesco ad allenarmi 2 volte a settimana è già tanto. Atletica e palestra posso farli anche tutti i giorni, però sul campo da tennis se segui gli altri segui loro, non puoi allenarti.

Poi se ti alleni tu arrivi anche un pò consumata ad una certa età. A 31 anni fai una scelta e quindi, come è successo a me, ti dedichi di più agli altri.

Perché per molti giocatori, agonisti e non, la partita diventa un momento così ostico? Come può succedere?

E’ tutta una questione di mente. La tua mente ti fa vivere la partita come un esame  e quindi non riesci più a ragionare;  l’ossigeno non ti arriva più al cervello e tu pensi di non essere più capace a far cose che in allenamento fai quotidianamente e tranquillamente.

Ti è mai successo?

Si, a me è successo nei periodi di sfiducia. In quei momenti ti capita di non sentire la palla nemmeno quando la alzi dal campo. In quel caso devi cercare di non fossilizzarti ma devi cercare di lavorare per obiettivi con impegno. Il lavoro prima o poi paga, tutto sta nel non mollare nel momento di difficoltà. E, ovviamente, se tu vai in partita e pensi di non saper fare una cosa, quella cosa non ti verrà .

A volte ho l’impressione che questo capiti ai professionisti e che, in particolare, capiti a quasi tutti quelli che si ritrovano di fronte Roger Federer. E’ possibile?

Guarda io ho assistito a scene dove chiunque passi e veda Roger, lo saluta. Questo non succede assolutamente con altri giocatori, seppur importanti. Forse è il fatto che sai bene di ritrovarti di fronte ad una leggenda che ha il suo peso. Chiunque veda Federer si gira, se passa Djokovic, che è un signor giocatore, non succede lo stesso. E questa cosa ha il suo peso anche in campo.

La mente funziona così per tutti.

Tu cambieresti qualcosa nel tennis di oggi?

Si, il montepremi. C’è troppa disparità e chi gioca bene, non solo in Italia, non riesce ad entrare in pieno nel circuito perché non ha le possibilità economiche per farlo.

Putroppo è un sistema che non funziona e che non funzionerà mai perché i maggiori dirigenti dei circuiti sono gli stessi giocatori e quindi perché togliersi i soldi dalle proprie tasche per darli agli altri?

Oggi per un giovane, a queste condizioni, è veramente difficile emergere.

Ma una donna che oggi raggiunge il tuo best ranking, 360 WTA, riesce a vivere di tennis?

Riesce a sopravvivere. Ovviamente fai i tornei con i contagocce, non sempre puoi portarti dietro l’allenatore o se scegli di fare una trasferta in Australia non puoi, il mese dopo, andare anche negli USA.

Questa te la dice lunga sul perché in così tanti non riescano ad arrivare. Questo è uno sport costosissimo.

Dai un consiglio da maestra ai teen ager che aspirano a diventare professionisti…

Il mio consiglio è di lavorare sodo. Ultimamente le nuove generazioni sono così: hanno troppe distrazioni, tante cose in più che io non avevo alla loro età e che capisco possano portare da altre parti. Quello che posso consigliare ai ragazzi è quello di darsi un obiettivo. Non che tu possa arrivare ad essere il numero 100 al mondo, ma  che voglia allenarti con costanza, che tu voglia fare dei progressi,

che tu voglia migliorare. Di sicuro non consiglierei di guardare il tennis e di pensare solo alle vittorie . Vorrei dir loro di non abbattersi se fino ai 18 anni perdono perché conta relativamente poco. Chiaro che vincere fa piacere a tutti, ma non conta così tanto. A parte Roger e pochi altri, anche i big da junior non erano così forti. E’ più facile vedere, invece, degli junior molto forti che poi, però, non arrivano.

Conta la mentalità.

Gli consiglierei di divertirsi e di prendere questo sport non come un esame, un ansia un dover giocare perché devo vincere. Fai quello che ti senti e divertiti.

Vedi nel tennis, amatoriale, uno sport di benessere?

Si certo, come tutti gli sport se praticati senza affanno vanno bene anche in età avanzata. Il tennis è come una partita a scacchi in movimento: devi saperti muovere e mentre corri devi saper ragionare. Nello specifico il tennis sviluppa tante cose: attenzione, coordinazione e fisico, ma come sempre tutto sta a come lo prendi. Se scendi in campo a 50 anni e te la prendi perché hai perso un punto, forse è il caso che tu rimanga a casa seduto sul divano, che è meglio!