Sinner rinuncia alla Davis: ed è subito trend topic!

Si infiamma il dibattito sulla “maglia azzurra”, ma a servire sono sempre gli stessi: i maestri di retorica, non di tennis.

La notizia era già nell’aria e la conferma è arrivata come un colpo in controtempo sul campo centrale: Jannik Sinner, numero due del tennis mondiale, ha annunciato che non sarà disponibile per la Davis Cup Final 8 2025, in programma a Bologna dal 18 al 23 novembre, con l’Italia campione in carica.

Il capitano azzurro, Filippo Volandri, ha comunicato con doppio filo di diplomazia:

“Jannik non si è reso disponibile per il 2025”.

E Jannik, dal canto suo, ha spiegato che la decisione è maturata insieme al suo team:

“Abbiamo già vinto la Davis nel 2023 e nel 2024, questa volta abbiamo deciso che un’intensa settimana di preparazione in più farà la differenza per l’Australian Open”.

E fin qui, tutto legittimo. Ma ecco il nodo: la scelta di Sinner ha fatto esplodere un vaso di Pandora mediatico. Giornalisti, opinionisti e vip o pseudo tali — molti più abili con il microfono che con la racchetta — si sono lanciati sul tema come falchi sul tappeto di fondo.

Le critiche più aspre

Tra le tante prese di posizione segnaliamo:

l’onnipresente – quando si parla di Sinner – Nicola Pietrangeli, leggenda del tennis italiano, secondo il quale:

“È un enorme schiaffo allo sport italiano. Quando si parla di Davis Cup, l’obiettivo di un atleta è indossare la maglia azzurra”.

Bruno Vespa, giornalista navigato e abituato a moderare i dibattiti televisivi, decide di fare il moralista sul caso e commenta, riferendosi a Jannik :

“Parla tedesco (giusto, è la sua lingua madre), risiede a Montecarlo, non gioca per la nazionale per prendersi una settimana in più di vacanza. Onore ad Alcaraz che scende in campo per la Spagna”.

Peccato che nel tweet, poi corretto, Vespa si riferisca a Carlos Alcaraz chiamandolo “Alvarez”. come il calciatore ex Inter.

Ci si è messo anche il CODACONS che ha addirittura chiesto la revoca degli onori ufficiali a Sinner, definendo la rinuncia “uno schiaffo all’Italia“.

Ma nessuno ha mai preso una racchetta

Lista che potrebbere andare ben oltre i sopra citati, e qui viene il punto perchè: quanti tra quelli che “spara” opinioni sul caso hanno mai messo piede su un campo, sentito la tensione dell’agonista, misurato la fatica di una stagione infinita? Spesso chi critica non conosce il travaglio dell’atleta, eppure pretende lezioni di patriottismo e sacrificio. Il risultato? Un dibattito “pop” che cavalca il trend topic “Sinner non gioca” più della complessità della sua scelta.

Il calendario, gli infortuni, l’atleta-manager

La decisione di Sinner ha invece una logica: la stagione 2025 è stata intensa. Non solo successi, ma anche infortuni, carico mentale e fisico. Non è un caso isolato il suo: molti top player stanno chiedendo al circuito una revisione del calendario per preservare forma, salute e competitività.

Il segnale al sistema azzurro

Ma si sa, nel nostro Paese la rinuncia è vista come un campanello d’allarme: l’equilibrio tra impegno individuale e nazionale non è più scontato. Quello che bisogna capire è che il campione moderno non è solo un atleta pronto a scattare mezz’ora prima dell’incontro per la maglia nazionale: è imprenditore, marchio, manager di sé stesso. Non basta “essere azzurro”, serve poterlo essere al meglio delle proprie energie.

E se l’Italia vuole davvero tornare a vincere la Davis Cup, serve che tutti — giocatori, federazione e giornalisti — capiscano che il tennis di oggi non è più quello delle cartoline in bianco e nero. Il contesto è cambiato. E forse servirebbe anche un po’ di modestia da parte di chi critica senza aver mai messo piede su un campo e soprattutto, senza avere addosso il peso costante di un Paese che commenta ogni tua scelta come fosse un dritto sbagliato.

Quindi: Sinner non gioca la Davis Cup 2025. È una notizia, sì. Ma è anche uno specchio dei tempi: dove il campione è solo se stesso, dove la nazione convive con l’individualismo sportivo, e dove i cronisti suonano la campanella dell’indignazione senza aver sudato una goccia sotto il sole di un match.

Il verdetto, se negherà gloria o meno all’Italia, lo lascio al campo. Ma intanto è opportuno che chi ha la penna rifletta: parlare di tennis non è come giocarci. E forse dovremmo ricordare che la racchetta pesa, e non solo nei muscoli.

Info autore dell'articolo

Laureata in Pubbliche Relazioni sono mamma e giornalista con la passione per lo sport, l'arte, la cucina, i viaggi e la musica. La noia? Non so proprio cosa sia! 😜

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