Jannik Sinner, primo italiano a vincere Wimbledon nell’Era Open
Il n.1 del mondo batte Alcaraz in quattro set e trasforma il sogno azzurro sull’erba in storia.
A Wimbledon, la domenica ha il passo lento di un rito antico.
L’erba, pettinata al millimetro, sembra respirare, il silenzio del Centrale è quello di una cattedrale sportiva.
Sotto un cielo terso, Jannik Sinner entra in campo dove lo attende Carlos Alcaraz, due volte campione in carica, secondo del mondo.
La Royal Family è al completo, con William e Kate in prima fila, affiancati da leggende del tennis e volti di Hollywood. Ma l’attenzione è tutta lì, al centro, tra le due racchette che negli ultimi due anni hanno definito il presente e il futuro di questo sport.
Sinner – Alcaraz: la finale a Wimbledon
Il primo set è dello spagnolo: 4-6.
Alcaraz parte aggressivo, anticipa tutto, cerca di imporre il suo ritmo. Ma Sinner, come chi legge un libro senza farsi distrarre dalla copertina, studia ogni dettaglio.
Dal secondo set in poi, il servizio diventa regolare come un metronomo, la risposta chirurgica. Jannik gioca con la geometria, togliendo metri e tempo all’avversario. Tre set consecutivi chiusi 6-4, tre capitoli uguali di una storia scritta con lucidità e sangue freddo.
È il 13 luglio 2025, e per la prima volta nell’Era Open un italiano vince Wimbledon.
Jannik Sinner è più che mai numero 1 del mondo e completa un’impresa che trascende la cronaca: è la prova definitiva che il tennis azzurro non è più periferia ma centro del mondo.
La sua è una vittoria di testa oltre che di braccio, maturata dopo un percorso impeccabile: ottavi facilitati dal ritiro di Dimitrov, quarti contro Ben Shelton e semifinale capolavoro contro Novak Djokovic (7-6(2), 6-4, 6-4).
La finale, però, è il manifesto del campione. Dopo la delusione di Parigi, Sinner ha cambiato superficie e destino, dimostrando che il talento, quando si sposa con la disciplina, diventa inevitabile.
Non un urlo liberatorio, non una corsa sfrenata: solo un sorriso, il trofeo alzato con delicatezza, e la consapevolezza di aver scritto una pagina che resterà. Perché vincere Wimbledon non è soltanto vincere un torneo: è lasciare il proprio nome inciso accanto a quelli che hanno definito l’essenza stessa del tennis.
E quando tutto è finito, il prato sembra ancora più verde. Jannik Sinner stringe il trofeo come si tiene in mano qualcosa di fragile e prezioso, forse consapevole che non appartiene mai del tutto a chi lo vince, ma resta al luogo che lo custodisce. Non corre, non si lascia travolgere: cammina piano, come per non svegliare l’erba.
Gli applausi scendono a pioggia, ma lui guarda un punto lontano e nell’ultimo passo, prima di lasciare il Centrale, c’è quasi un inchino, impercettibile. Come se stesse ringraziando quel campo per avergli permesso di entrare in un club che non ha muri, ma nomi. E da oggi, tra quei nomi, c’è anche il suo.

